Provincia di Belluno
La lettera del presidente della provincia Sergio Reolon al Sindacio di Belluno Antonio Prade
Belluno, 29 agosto 2007
Caro Sindaco,
avevo – in un primo tempo – ritenuto più saggio non reagire alle Sue recenti critiche circa la mia modalità di trattare la vicenda Lamon, trovandole, sinceramente, un po’miopi e alquanto pretestuose: giusti echi di altre voci, innocui e rumorosi come brevi temporali di fine estate.
Ma ho dovuto presto ricredermi sull’opportunità o meno di intervenire pubblicamente alle Sue esternazioni, peraltro fuori tempo, a seguito di numerose sollecitazioni giuntemi da più parti e da più livelli delle nostre comunità cittadina e provinciale.
“Chi di spada ferisce, di spada perisce” dice il proverbio popolare. E proprio sbigottiti e preoccupati mi sono apparsi, infatti, quelle cittadine e quei cittadini che mi hanno fortemente invitato “a dire qualcosa di …politicamente etico”, cioè al di là delle solite risse di piazza, ricapitolando i nodi di quella vicenda che lo scorso anno ha lacerato la nostra comunità provinciale e di cui lei sembra aver smarrito alcuni passaggi essenziali, forse perché lontano, allora, dall’arena politica.
Prendo la parola in realtà più preoccupato che sbigottito, condividendo infatti le inquietudini di cittadine e di cittadini, in buona parte elettrici ed elettori di Belluno, di entrambi gli schieramenti, che si attendono, dopo il suo recente straordinario successo elettorale, atteggiamenti e posizioni di leale dialettica politica. La nostra città si merita e si attende interazioni e collaborazioni all’altezza delle doti e delle capacità che la gente, scegliendola, le ha riconosciuto; si attende un buon governo che la rafforzi nella sua tradizionale vocazione civile, aperta al dialogo, alla tolleranza, agli scambi, moderna, ma non “modernista”. Belluno è città dotata di innata sensibilità ed intelligenza che la mettono in grado di distinguere la natura e la priorità dei problemi che la assillano.
L’attuale operazione di cosiddetta “pulizia” del Centro o la recente “cementificazione” delle finestre della scuola elementare di Levego ad esempio, sembrerebbero la versione di un progetto politico semplificante che contrasta, rifiuta, emargina, tiene a distanza, discrimina, delegittima e espelle il diverso, l’“altro”, come fosse un nemico (o uno scarto) da eliminare. Una visione politica che appare alquanto elementare e miope, che confonde e, forse, strumentalizza i vissuti di incertezza esistenziale e le diffuse insicurezze quotidiane che, oggi, nascono più dalla precarietà strutturale dei processi socio-economici globali che dal “disordine” introdotto da chi se ne sta ai margini o protesta contro i valori del sistema dominante.
Oggi sento di dover prendere la parola perché il progetto politico che tutti chiamiamo “autonomia” richiede a ciascuno in città, e nel territorio provinciale, amministratori ed elettori, la disponibilità a crescere nella capacità di scambiare, costruire convergenze e attivare alleanze strategiche in vista di obiettivi di interesse generale, al di là degli specifici schieramenti, soprattutto quando vi siano in gioco la dignità delle persone, la giustizia sociale, il bene comune. Di queste capacità chi riveste funzioni pubbliche è chiamato per primo a coltivare i semi e ad alimentarne la crescita.
A questo scopo può essere pertanto utile ricordare che a giugno dello scorso anno l’intero Consiglio Provinciale valorizzò l’iniziativa referendaria dei cittadini lamonesi per aver saputo dare grande visibilità pubblica allo stato di malessere e di disillusione sofferto da quelle popolazioni che più acutamente avvertivano le sperequazioni esistenti frale diverse realtà montane e l’indifferenza alle esigenze di rivitalizzazione dell’insediamento umano montano e più particolarmente alpino. Lo scorso anno i cittadini lamonesi si sono fatti precursori e portavoce di un disagio diffuso in tutta la popolazione della provincia di Belluno e in particolare nei residenti dei comuni delle zone confinanti con le province e le regioni a statuto speciale dai privilegi obsoleti e iniqui a cui ormai tutto il Veneto si ribella.
Secondo tale prospettiva il gesto dei cittadini lamonesi si configurava, si configura, anche come una denuncia civile dei pericoli insiti nella perenne marginalizzazione della “Questione Montagna”. Essa pertanto conteneva - per me, per la Giunta e per tutto il Consiglio Provinciale, - preziose indicazioni di metodo e di contenuto utili alla ricerca e all’attivazione di risposte concrete – non più differibili – al necessario riequilibrio del “sistema Montagna” nell’ottica di una maggiore equità ridistribuiva e di un reale riconoscimento delle specificità dei singoli territori, e cioè il cuore della “Questione Autonomia”.
Tali preziose indicazioni hanno guidato e stanno guidando i miei passi a livello provinciale regionale nazionale ed internazionale. Va visto con questa lente anche il recente messaggio al Capo dello Stato, tappa di un lungo percorso ricco di una serie di iniziative di varia complessità di cui ricordo qui quelle più significative, politicamente e operativamente sostenute da questa Amministrazione Provinciale..…la Candidatura Unesco delle Dolomiti a Patrimonio dell’Umanità; l’Intesa per l’Acqua; il Piano Strategico Territoriale; la proposta di Statuto Regionale, la proposta di Legge Regionale per l'autonomia amministrativa, l'iniziativa comune delle sette province del Veneto, il Percorso Comune verso particolari forme di autonomie sottoscritto dai Presidenti delle altre due Province italiane - Sondrio e del Verbano Cusio Ossola – che con noi condividono l’appartenenza ad un’area peculiare anche all’interno del contesto nazionale (il loro essere interamente montano, l’essere territori a svantaggio naturale, l’essere territori di confini internazionali e incrocio di culture diverse nello spazio interculturale rappresentato dalle Alpi) - il mio vigoroso messaggio al Presidente del Consiglio dei Ministri all’indomani della formazione di un nuovo Governo apparso ancora sordo alla Montagna. Da qui gli incoraggianti risultati ottenuti con il “Fondo Letta” il trasferimento del demanio idrico, il fondo della sovrattassa sui consumi elettrici, il fondo per i comuni di confine.
Oggi guardiamo strategicamente al “sistema Montagna”, con occhi nuovi: come all’emergenza di un fenomeno, in apparenza paradossale, di una rinnovata importanza delle società locali in epoca di globalizzazione: tutti infatti concordano nel ritenere che al processo di diffusione mondiale dell’economia corrisponda un evidente e parallelo processo di territorializzazione nell’organizzazione della società.
Esiste un problema di riconfigurazione locale dell’organizzazione sociale contemporaneadove lo Stato, è sollecitato a promuovere nuove politiche di integrazione e coesione nazionale più capaci di dar forma e tenere insieme la società attraverso una riorganizzazione spaziale basata sulle specificità del territorio.
In questa cornice colloco la “Nuova Provincia” a cui mi ispiro quando affermo che i suoi abitanti prima di essere bellunesi sono agordini, ampezzani, cadorini, comelicensi, feltrini, alpagoti, zoldani….lamonesi. Questo concetto è stato da me sempre ribadito con grande forza ed è all’origine della mia idea della provincia delle autonomie;
- un territorio provinciale non unitario, ma ricco di specificità richiede di passare dalla rivendicazione dell’autonomia alla tutela di autonomie locali derivanti dalla valorizzazione delle specificità territoriali;
- il compito che si addice a una provincia così specifica come la nostra è di natura dialettica: per un verso si salda fortemente alla stabilità, alla tradizione, al valore del locale e si impegna a dare legittimità alla domanda di riconoscimento di identità peculiari, cioè distinte, che emerge dai soggetti della storia locale e che rischia di essere semplicisticamente e rivendicativamente tradotte come esigenze di autonomia; per l’altro verso accompagnare l’innovazione favorendo, attivando e regolando le connessione tra le diverse specificità territoriali, attraverso un faticoso lavoro di sintesi a carattere progettuale capaci di mettere in relazione la ricchezza delle molteplici specificità locali, con la profonda varietà del mondo in trasformazione dentro e oltre il territorio provinciale. In questo modo si potranno utilmente valorizzare le molteplici domande si riconoscimento, evitando che scadano in deleterie chiusure e sterili separatismi.
Sono convinto che lavorare per l’autonomia significhi avere un rapporto saldo con le proprie radici, ma anche saper costruire relazioni, ricercare e scambiare, produrre e creare risorse nuove utili alla definizione di una idea altra di sé e alla costruzione di ponti. La chiusura e il passaggio in altri sistemi sono più simili ad una defezione propria della depressione e del pessimismo che alla ricerca di vere soluzioni.
Solo un’idea forte di autonomia può far uscire da una visione di subalternità rivendicazionista la nostra provincia chiamando all’opera le risorse più attive e positive in un’ottica di cooperazione, collaborazione e solidarietà.
Analogamente verranno esaltate le autonomie locali e il recupero dell’amore per i beni e la comunità locale capaci di favorire la diffusione di un’azione cooperativa.
La ricerca dell’autonomia presuppone, a mio avviso, un lavoro volto alla trasformazione di un immaginario collettivo fatto di dominio ed asservimento accompagnato dai relativi sistemi difensivi, costituiti da paure, chiusure, subalternità, per dare spazio e forza a nuove modalità di rapporto con cui rinsaldare forme di convivenza che superino lo spirito di contrapposizione ed i sensi di inferiorità, attraverso la definizione di nuove regole e progetti condivisi. Questa prospettiva chiama ciascuno di noi ad un lungo cammino, oserei dire ad una grande fatica, che ci richiederà di imparare a lavorare e far lavorare assieme.
Dal mio punto di vista essere all’origine, come territorio, di un processo, di una pratica, di una costruzione di legami sociali, crea identità, costituisce individui che non credono alle soluzioni senza alternativa; alimenta identità che si rafforzano nella mutua conoscenza e riconoscenza e che sono capaci, insieme, di generare un futuro in cui ci si può permettere di contaminare e di farsi contaminare senza paura di fare sintesi e di perdere la propria identità.
Caro Sindaco, più che polemizzare e dividersi sul voto di Lamon, serve lavorare uniti già dalle più immediate scadenze e al tavolo comune con i consiglieri regionali e parlamentari per conseguire concreti risultati per il nostro territorio.
Lavoriamo insieme ad un futuro nuovo fuori dagli schemi paralizzanti e dalla facile retorica, lavoriamo insieme ad un futuro fatto di rapporti fertili e di buone pratiche. Messi da parte toni polemici e modalità contrappositive mi auguro si possa presto e speditamente procedere verso la cooperazione e il buon governo della “cosa pubblica” affidataci.
Cordialità vivissime,
Sergio Reolon.
Presidente